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Insights 3 Ott 2026

Il punto sul mercato di Integrae SIM

“Il mercato azionario ha previsto nove delle ultime cinque recessioni.” (Paul Samuelson)

Venerdì scorso un dato sull’occupazione americana più debole del previsto ha permesso alle Borse europee di chiudere in rialzo e di fermare l’emorragia dopo il tonfo di giovedì, che aveva portato lo Stoxx 600 ai minimi di tre mesi. L’indice ha guadagnato lo 0,7%, il DAX l’1,2%, il CAC lo 0,8%, il FTSE MIB lo 0,49%, il FTSE 100 lo 0,3%, ma il rimbalzo non è bastato a salvare la settimana, chiusa con una perdita vicina all’1%. Negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione è salito e i dati di luglio e agosto sono stati rivisti al ribasso: i rendimenti dei Treasury sono scesi su tutte le scadenze e, nell’immediato, i contratti futures sono arrivati a scontare appena 18 punti base di rialzi entro dicembre, pochi giorni dopo che il decennale e il trentennale avevano toccato i massimi da 24 anni. Ha aiutato anche il petrolio più debole, dopo che il presidente francese Macron ha annunciato la decisione del G7 di liberare fino a 100 milioni di barili tra greggio e diesel in quattro mesi (il consumo mondiale di diesel è di circa 30 milioni di barili al giorno). Il quadro energetico è rimasto però ambiguo, con le esportazioni del Golfo in ripresa, ma con segnali di una possibile riapertura delle ostilità. L’unica nota stonata è arrivata dai prezzi: l’inflazione dell’Eurozona è salita dal 3,2% al 3,8%, un po’ sopra le attese, con anche la componente di fondo in aumento, come previsto.

I bond rifiutano la lettura morbida

Wall Street ha chiuso con lo stesso segno ma con un messaggio opposto: il Dow Jones ha guadagnato lo 0,49%, l’S&P 500 lo 0,73%, il Nasdaq l’1,19%, il Russell 2000 lo 0,94%. Per gli economisti, il dato rafforza l’ipotesi di una pausa della Fed a ottobre, ma la banca centrale ha lo sguardo fisso sull’inflazione, non sul mercato del lavoro. Ed è esattamente quello che ha fatto il mercato obbligazionario nel corso della seduta: le azioni hanno tenuto i guadagni, mentre i bond hanno assorbito la lettura morbida ora dopo ora. Subito dopo la pubblicazione, si scontavano 17 punti base di rialzi entro fine anno; a chiusura erano saliti a 27, più dei 25 previsti prima del dato. Il percorso dei tassi, dopo un rapporto debole sull’occupazione, è finito più ripido di quanto aveva iniziato. Dietro il movimento non c’è stato un fattore unico, ma il petrolio ha rimbalzato con forza dai minimi della mattina nonostante l’annuncio del G7, e restano i soliti pesi sui titoli di Stato: tassi più alti ovunque nel mondo, inflazione che non scende, debito emesso per finanziare l’intelligenza artificiale, con stime di spesa per i data center riviste al rialzo, rendimenti elevati necessari per piazzare le aste. Anche la composizione del rialzo non ha convinto: a spingere gli indici sono stati pochi titoli di grande capitalizzazione, il che ha riportato l’attenzione sulla concentrazione del mercato. Sul piatto, opposto alla stagionalità favorevole, la riapertura della finestra dei riacquisti di azioni proprie, attese solide per i conti del terzo trimestre e flussi di greggio mediorientali migliorati, nonostante la diplomazia tra Stati Uniti e Iran sia ferma. Un segnale resta anomalo: la volatilità attesa sui bond continua a divergere da quella sulle azioni, sempre più alta la prima, tranquilla la seconda.

Barili contro minacce

L’operazione annunciata venerdì è la più ampia mossa coordinata sull’energia dall’inizio della crisi, e il modo in cui è nata conta quanto la cifra. I paesi del G7 hanno confermato il rilascio di fino a 100 milioni di barili di scorte di emergenza di greggio e diesel, divisi in parti uguali secondo le prime indiscrezioni, da distribuire in quattro mesi sotto il coordinamento dell’Agenzia internazionale dell’energia. La decisione è arrivata il giorno dopo che l’amministrazione Trump aveva avvertito i leader europei: “Liberate le scorte di diesel o rischiate un divieto americano di esportarlo”. Il commissario al commercio dell’Unione europea, Šefčov, aveva già chiesto un approccio coordinato per abbassare i prezzi, mettendo in guardia proprio contro i divieti di esportazione. Nello stesso momento, dall’altra parte del mondo, la Cina ha sospeso le esportazioni di prodotti petroliferi per il mese di ottobre, scegliendo di tenere le scorte in casa invece di soddisfare la domanda internazionale. I due movimenti si annullano: l’Occidente immette scorte sul mercato, mentre Pechino le ritira. E il mercato ha risposto nel giro di poche ore, riportando il greggio sopra i minimi della mattina nello stesso giorno dell’annuncio. Cento milioni di barili spalmati su quattro mesi sono una misura che compra tempo, non un’offerta nuova: le riserve strategiche, una volta usate, vanno ricomprate. Se il prezzo è risalito il giorno stesso in cui è stato annunciato il rilascio più grande degli ultimi anni, la domanda che apre la settimana è cosa resterà da liberare quando il diesel europeo affronterà l’inverno.