Il punto sul mercato di Integrae SIM

“Il petrolio è la moneta del futuro.” (Hannes Alfvén)
Le Borse europee hanno chiuso in netto ribasso martedì, travolte dall’ennesimo spike nei rendimenti obbligazionari e dalla nuova escalation geopolitica nello Stretto di Hormuz. Lo Stoxx 600 ha perso lo 0,6%, il DAX l’1,1%, il CAC lo 0,4%, il FTSE 100 lo 0,3%, il FTSE MIB l’1,33%. A pesare non è stata solo la volatilità dei bond: il Treasury USA trentennale ha segnato il settimo rialzo negli ultimi nove giorni, ma anche il nuovo ciclo di attacchi statunitensi contro obiettivi iraniani, il primo dal luglio scorso. Due petroliere sono state colpite da proiettili non identificati durante la seduta, mentre Trump ha dichiarato di valutare possibili colpi limitati per proteggere le rotte marittime. Il petrolio ha accelerato oltre il 9% nelle quattro sedute precedenti, alimentando dubbi crescenti sul rischio inflazionistico, proprio mentre il mercato inizia a prezzare più di 35 punti base di rialzi della Fed nel 2026 sulla scia delle dichiarazioni hawkish da Jackson Hole. In parallelo, i dati macro dell’Eurozona hanno confermato le pressioni: l’inflazione ha accelerato ad agosto al 3,3% anno su anno come previsto, la disoccupazione è aumentata a luglio, i PMI manifatturieri hanno sorpreso al ribasso rispetto ai dati flash, mentre le vendite al dettaglio tedesche sono crollate ben sotto le attese a luglio. Le prospettive restano però stratificate: un sondaggio Reuters continua a vedere lo Stoxx 600 a 670 a fine anno, solo il 2% sopra i livelli attuali ma comunque massimo storico, che porterebbe i guadagni 2026 sopra il 13% versus i 17% dell’anno scorso. HSBC sostiene che l’impulso degli utili, forte nel secondo trimestre con una crescita oltre il 20%, il migliore da fine 2022, può proseguire fino al 2027, e il vero vincolo ora è la valutazione, non i profitti. Tuttavia, lo sconto dello Stoxx 600 verso gli USA si è ridotto al 26%, mentre il divario con i concorrenti globali si avvicina ai minimi storici. Citi rimane neutrale nei portafogli globali per questa ragione, mentre Morgan Stanley ha avvertito che il prossimo leg di rialzo richiede produttività AI, non un’altra rivalutazione: i costi europei rimangono pesanti, il ROE delle banche ha stagnato attorno al 13%, e competenze legacy, vecchi sistemi IT e regolamentazione rallentano il payoff. Più ottimista JPMorgan, che ha ribadito costruttività verso la fine dell’anno citando revisioni al rialzo, PMI ancora in espansione, e rendimenti che riflettono il ciclo dell’attività più che un’inflazione fuori controllo; la banca ha inoltre suggerito di privilegiare l’allargamento del breadth, ciclici, finanziari, consumo, piuttosto che un altro monopolio tech. Il rischio rimane il combine di petrolio in rialzo e una BCE che potrebbe inasprire ancora le condizioni finanziarie.
Wall Street si difende, ma i rendimenti non mollano
Wall Street ha archiviato martedì in negativo, con il Dow che ha perso lo 0,79%, l’S&P 500 lo 0,71%, il Nasdaq l’1,03%, il Russell 2000 l’1,23%. Il mercato rimane su posizioni difensive mentre i rendimenti obbligazionari globali continuano a salire: il Treasury trentennale USA è stato spinto al rialzo dalla narrativa di squilibri fiscali, crowding-out del debito AI e pressioni inflazionistiche che non accennano a cedere. Il petrolio, ancora alimentato dalle notizie sui nuovi attacchi contro l’Iran, ha aggiunto pressione con il WTI in rialzo oltre il 9% nelle ultime quattro sedute; a preoccupare sono anche i commenti sui prezzi del diesel in ascesa. Il trade AI ha subìto una giornata debole senza grande chiarezza nelle motivazioni, con il mercato che attende ancora il deposito dell’S-1 di Anthropic, mentre riceve crescente attenzione la dinamica top-down delle costrizioni di capacità. I dati economici hanno deluso le attese, anche se non abbastanza da spostare la narrativa macro consolidata: il vero catalizzatore arriverà la prossima settimana con la release dell’IPC agosto, il dato che il mercato ritiene decisivo per gli orientamenti della Fed. Il sentiment è stato ulteriormente pesato dalle considerazioni strategiche su settembre, con stagionalità storicamente debole, tailwind degli utili che svanisce e corporate bid calante, quadro che sta alimentando il flurry di avvertimenti degli analisti su potenziali headwind per il mese che aprirà la strada al quarto trimestre.
Stretto di Hormuz e inflazione importata: la sfida per le banche centrali
La riacutizzazione geopolitica dello Stretto di Hormuz ha elevato il costo politically ed economicamente di mantenere una postura accomodante. Due petroliere colpite oggi, attacchi USA senza precedenti da luglio, e Trump che esplora opzioni “limitate” per prevenire ulteriori attacchi hanno ricreato la narrativa di shock energetico nel momento in cui l’Eurozona già soffre di inflazione al 3,3% e la Fed è in piena fase di repricing al rialzo per il 2026. Iran continua a invocare il ritorno al Memorandum d’Intesa, segnale che il cessate il fuoco rimane fragile e potrebbe crollare in qualsiasi momento, ma il mercato ha spostato il focus dalla diplomazia al prezzo dell’energia come variabile indipendente. Il rischio è che il picco inflazionistico si riveli più persistente rispetto alle aspettative di mercato, facendo saltare il consensus che le banche centrali potranno mantenere cicli di rialzi moderati. JPMorgan e altri commentatori hanno sostenuto che i rendimenti riflettono attività sottostante piuttosto che inflazione fuori controllo, ma questa tesi rimane valida solo se l’offerta energetica si stabilizza rapidamente. Se lo Stretto rimane congestionato e il petrolio si consolida sopra i livelli attuali, la BCE e la Fed dovranno rivalutare l’entità del ciclo di rialzi prezzato, mettendo pressione sugli asset class che hanno beneficiato dell’assunzione di rialzi “soft” e controllati. La coda di rischio non è trascurabile.