Il punto sul mercato di Integrae SIM

“Il prezzo reale di ogni cosa è la fatica che costa procurarsela.” (Adam Smith)
Il deposito formale della legge di bilancio francese per il 2027 ha riportato martedì un po’ di fiducia sui conti pubblici di Parigi e ha spinto le borse europee in rialzo, pur lontane dai massimi di seduta: lo Stoxx 600 ha guadagnato lo 0,5%, il DAX lo 0,8%, il FTSE 100 e il CAC lo 0,4%, il FTSE MIB lo 0,87%. A sostegno sono stati il restringimento del divario tra i rendimenti dei titoli di Stato francesi e tedeschi e il petrolio leggermente più basso. Al deposito del bilancio si sono aggiunte la proposta alternativa di Marine Le Pen e la dichiarazione del ministro delle Finanze francese, secondo cui, per ora, non è necessario alcun intervento della BCE. Proprio su questo il dibattito si è acceso: con il costo del debito francese in forte aumento, il mercato ha iniziato a chiedersi se Francoforte possa intervenire a sostegno di Parigi, ma l’asticella è considerata alta e la strada preferita resta il risanamento dei conti da parte del governo, con la banca centrale costretta a intervenire solo in caso di contagio o di nuovi strappi nei rendimenti. Sul bilancio 2026, il governo userà probabilmente l’articolo 49.3 della Costituzione, che consente di approvare un testo senza maggioranza, ma espone l’esecutivo a una mozione di sfiducia. L’euro ha rimbalzato dopo essere sceso ai minimi da quasi 17 mesi per timore di contagio, nonostante le elezioni anticipate spagnole di novembre aggiungano incertezza. I dati, intanto, sono stati pessimi: gli ordini all’industria tedesca sono crollati del 10,6% in agosto, contro un calo atteso dell’1%, e le vendite al dettaglio dell’Eurozona sono salite dello 0,8% su base annua, contro l’1% previsto.
Nuovi record, partecipazione più ampia
Wall Street ha confermato il tono positivo allungando i guadagni di lunedì: il Dow Jones ha guadagnato lo 0,49%, l’S&P 500 lo 0,58%, il Nasdaq lo 0,45%, mentre il Russell 2000 ha perso lo 0,59%. S&P 500 e Nasdaq hanno segnato nuovi massimi storici, ma il dato più interessante è un altro: il numero di titoli dell’S&P 500 saliti è stato il più alto dal 4 agosto. Dopo settimane di critiche a un rialzo sostenuto da poche società, la base del mercato si è allargata. Ha contribuito alla stabilizzazione dei tassi a livello globale, con l’Eurozona in prima linea. Il comparto dell’intelligenza artificiale è andato in ordine sparso, con i semiconduttori quasi fermi, le memorie in calo e il software di nuovo in rialzo, ma il quadro della domanda di capacità di calcolo è rimasto solido: Marvell ha dato indicazioni incoraggianti e l’amministratore delegato di AMD ha parlato di una domanda forte, mentre sono continuate le notizie su nuova capacità, come quella di Constellation Energy, e su raccolte di capitale. Il calendario societario è stato dominato dalle fusioni, con operazioni da svariati miliardi di dollari, tra cui McKesson e Uber. Per il resto, seduta tranquilla in attesa dei verbali della Fed mercoledì pomeriggio, delle aste dei Treasury a 10 e 30 anni mercoledì e giovedì, e dell’avvio della stagione dei conti del terzo trimestre la prossima settimana, atteso segnare la terza crescita consecutiva degli utili oltre il 25%.
Il prezzo vero del petrolio
Sul Brent, le notizie sembrano rassicuranti, con il contratto più vicino scambiato appena sotto i 100 dollari al barile. Il problema è che quel prezzo non è quello che l’Europa sta davvero pagando. SEB ha fatto notare che il costo effettivo è molto più alto: la settimana scorsa, i carichi fisici di Oseberg e Forties sono stati in media di 142,50 e 140,20 dollari, rispettivamente. I contratti futures, in altre parole, scontano una soluzione alla crisi che il mercato fisico non vede. L’effetto dell’impegno del G7 a liberare 100 milioni di barili è in gran parte svanito e la composizione del rilascio resta poco chiara, anche se è bastato a indurre a revocare il divieto di esportazione del diesel. I flussi attraverso lo Stretto di Hormuz si sono mantenuti intorno ai 17,5 milioni di barili al giorno da metà settembre, pari a circa il 98% dei livelli prebellici, con i transiti tornati vicini ai massimi di fine giugno. Ma il greggio non è il carburante: secondo JPMorgan, i prodotti raffinati sono fermi al 58% rispetto ai livelli pre-guerra, e l’amministratore delegato di Saudi Aramco, Amin Nasser, ha definito il cuscinetto di scorte spaventosamente sottile. Le previsioni divergono sui tempi più che sulla direzione. UBS ipotizza un ritorno al memorandum di giugno entro fine anno, che però non garantisce futures più bassi, e prevede una normalizzazione irregolare per tutto il primo semestre 2027, con il Brent in un intervallo tra 80 e 135 dollari, contro i circa 98 attuali, e un salto a 150 in caso di una nuova chiusura di Hormuz. Goldman Sachs sposta la normalizzazione completa alla seconda metà del 2027, con il greggio poi vicino a 80 dollari. Un sondaggio di Reuters di fine settembre indicava un Brent medio 2026 a 89 dollari, con un intervallo compreso tra 77 e 98 dollari. Il consenso, quindi, accetta l’idea di una crisi lunga ma continua a scommettere che non detti la media dell’anno. È una scommessa che si regge su un presupposto preciso: che la scarsità resti sul greggio e non sui prodotti. Se il diesel resterà stretto fino alle elezioni americane di metà mandato, il numero che conta non sarà quello che l’Europa legge sullo schermo, ma quello che si paga alla consegna.