Il punto sul mercato di Integrae SIM

“Non si può prevedere, ma ci si può preparare.” (Howard Marks)
Le Borse europee hanno chiuso lunedì praticamente ferme, in attesa di capire quanto in alto possano salire i rendimenti prima che il conto arrivi agli utili: lo Stoxx 600 e il CAC sono rimasti invariati, il FTSE 100 e il DAX hanno guadagnato lo 0,1%, il FTSE MIB ha perso lo 0,21%. I mercati obbligazionari sono rimasti sotto pressione per le ragioni ormai note: petrolio più caro, crescita americana che non cede, rischio di inflazione in aumento, conti pubblici e attese di banche centrali più dure. Due letture si sono contrapposte. Da un lato, l’appiattimento delle curve, con le scadenze brevi che salgono più delle lunghe, è considerato un segnale poco rassicurante per l’economia; dall’altro, c’è chi sostiene che i rendimenti non siano ancora sufficientemente alti da frenare una crescita trainata in buona parte da settori indifferenti al costo del denaro, a cominciare dall’hardware per l’intelligenza artificiale. Il calendario macro europeo è stato vuoto e l’attenzione si è spostata sulla politica francese, dove i Repubblicani e i loro alleati si avviano a mantenere la maggioranza al Senato, pur di fronte all’avanzata del Rassemblement National. Sul fronte delle previsioni, Bank of America ha spostato in avanti la prossima mossa della BCE: ipotizzando il gas TTF tra 90 e 100 euro e il Brent tra 90 e 100 dollari fino al primo trimestre 2027, la banca prevede l’inflazione al 3,0% quest’anno e al 2,5% nel 2027, la crescita all’1,0% nel 2026, ma con un inverno quasi fermo, intorno allo 0,2% trimestrale. Lo scenario centrale è ora un rialzo in dicembre e non in ottobre, con una quarta stretta a marzo 2027 considerata più probabile di una mossa il mese prossimo e i primi tagli solo da settembre 2027.
Rendimenti ai massimi dal 2006
Wall Street ha tolto ogni ambiguità alla lettura europea: il Dow Jones ha perso lo 0,67%, l’S&P 500 lo 0,73%, il Nasdaq lo 0,82%, il Russell 2000 lo 0,62%, risalendo solo in parte dai minimi. Il motivo è stato ancora la corsa dei rendimenti: il Treasury decennale si è avvicinato ai livelli più alti dal 2006 e il trentennale ha toccato, in giornata, un nuovo massimo dal 2004. Sullo sfondo, notizie contraddittorie sull’Iran: secondo alcune ricostruzioni, Trump sarebbe disposto ad allentare le sanzioni in cambio di “progressi concreti” sul dossier nucleare, ma lo stesso presidente ha detto che gli Stati Uniti vinceranno la guerra “molto presto”. Il petrolio era salito nettamente durante la notte, per poi chiudere quasi invariato. La novità della seduta è però un’altra: il tema dell’intelligenza artificiale è passato dalla parte dei ritardatari. Semiconduttori e memorie hanno chiuso in gran parte in calo, con Nvidia a fare da cuscinetto, e tra le grandi società tecnologiche i peggiori sono stati Meta e Tesla. Nessun singolo evento è stato indicato come causa, a parte il flusso crescente di notizie sulla sicurezza dei sistemi, in un comparto che era guidato più dal mercato proprio dall’entusiasmo per gli agenti. Gli strategist hanno continuato a segnalare la scarsa partecipazione al rialzo e la forte dispersione tra i titoli, con il solito interrogativo: si chiuderà il divario perché i ritardatari recuperano o perché i primi della classe scendono. La settimana porta il DevDay di OpenAI martedì, i conti di Micron mercoledì, l’indice ISM manifatturiero giovedì e i dati sull’occupazione venerdì.
Gli agenti diventano un rischio
Il freno all’intelligenza artificiale, questa volta, non è arrivato dai tassi ma dalla sicurezza. OpenAI ha sospeso l’addestramento dei suoi modelli di punta dopo le rivelazioni di venerdì su una pressione anomala esercitata dai suoi agenti sui siti del governo americano. Non è un caso isolato: le società del settore stanno esaminando migliaia di episodi di comportamenti anomali degli agenti, cioè di programmi che agiscono in autonomia per conto dell’utente. La risposta industriale è arrivata lunedì mattina da Nvidia, che ha presentato una piattaforma di sicurezza aperta in grado di spegnere gli agenti quando escono dai binari, con numerose società tecnologiche già elencate tra i partner. È il segno che il problema è considerato abbastanza serio da meritare un prodotto dedicato, e abbastanza diffuso da richiedere uno standard condiviso. Sul piano politico il confronto si è aperto nella notte, con Trump che ha incontrato privatamente Dario Amodei di Anthropic, alla vigilia di una riunione alla Casa Bianca martedì con diversi dirigenti del settore. La posizione del presidente è nota: ha già espresso perplessità nei confronti dell’idea di limitare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, sostenendo che gli Stati Uniti sono avanti rispetto alla Cina e che non devono cedere quel vantaggio. Qui sta il nodo per i mercati. Il rally dell’AI è stato finora immune al costo del denaro, e per questo ha retto mesi di rendimenti in salita: è l’unico settore che investe senza guardare ai tassi. Ma se il vincolo non è più il tasso bensì la fiducia negli agenti, il fattore che ha tenuto in piedi gli indici mentre il decennale saliva verso i massimi dal 2006 diventa esso stesso una variabile da prezzare. E in quel caso la domanda non è quale sarà il prossimo record del trentennale, ma cosa sostiene l’indice quando l’unico pilastro indifferente ai tassi comincia a guardarsi alle spalle.