Il punto sul mercato di Integrae SIM

“La guerra non determina chi ha ragione, solo chi è rimasto.” (Bertrand Russell)
Le Borse europee hanno chiuso in forte ribasso mercoledì, colpite dalla ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran. Lo Stoxx 600 ha perso l’1,6%, il DAX e il CAC il 2,2% ciascuno, il FTSE 100 l’1,6% e il FTSE MIB l’1,22%. Gli Stati Uniti hanno lanciato nuovi attacchi militari contro l’Iran in risposta ai colpi iraniani contro navi commerciali nello Stretto di Hormuz, con Trump che ha dichiarato concluso il memorandum d’intesa”. Il petrolio è tornato a salire e i rendimenti obbligazionari hanno ripreso a crescere, alimentando la pressione sui mercati. La debolezza nei semiconduttori, nella memoria e nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale, emersa dalla seduta americana di martedì, ha aggiunto peso al sentiment europeo. Sullo sfondo, le divergenze di vedute sulle prospettive dello Stoxx 600 dopo i recenti massimi storici si fanno sempre più marcate, con l’evoluzione del conflitto mediorientale come variabile discriminante principale. Dal fronte politico francese, Marine Le Pen ha annunciato la propria candidatura alle elezioni presidenziali del prossimo anno dopo che una sentenza d’appello ha ridotto la pena comminata per appropriazione indebita di fondi del Parlamento europeo.
Il momentum si stabilizza, la geopolitica non spaventa fino in fondo
Wall Street ha chiuso in territorio prevalentemente negativo mercoledì, ma ha recuperato terreno nel finale di seduta terminando vicino ai massimi di giornata. Il Dow Jones ha perso l’1,09%, il Russell 2000 lo 0,88% e l’S&P 500 lo 0,28%, mentre il Nasdaq ha guadagnato lo 0,20%. I titoli in calo hanno superato quelli in rialzo con un rapporto di oltre tre a uno, ma semiconduttori e memoria hanno mostrato segnali di stabilizzazione dopo il recente scivolone, con Nvidia come protagonista positiva tra i Magnifici Sette. Il software ha invece sottoperformato. La dichiarazione di Trump che il memorandum d’intesa con l’Iran è “concluso” e la minaccia di nuovi attacchi nella notte hanno alimentato la pressione sul sentiment, con Teheran che ha risposto promettendo una risposta decisa e minacciando di chiudere lo Stretto. Il modello ripetuto nelle ultime settimane, con escalation seguite da de-escalation, porta però molti analisti a escludere un ritorno a un conflitto aperto, leggendo la mossa americana più come pressione negoziale che come una svolta bellica. I verbali del FOMC di giugno hanno mostrato una Fed divisa: alcuni membri vedevano le condizioni per un rialzo già a giugno, ma alla fine hanno sostenuto la pausa. Il comitato è spaccato anche sulla direzione dei tassi entro fine anno, con la maggioranza che vede rischi sia al rialzo sia al ribasso sull’inflazione.
I verbali della Fed rivelano una banca centrale divisa
I verbali della riunione di giugno della Federal Reserve confermano un’istituzione profondamente divisa sulla direzione della politica monetaria. Alcuni membri vedevano le condizioni per un rialzo già nella riunione di giugno, ma hanno alla fine sostenuto la decisione di non muoversi. Il comitato è spaccato anche sulla traiettoria dei tassi per il resto dell’anno, con la maggioranza che vede scenari plausibili sia di rialzo sia di taglio a seconda dell’evoluzione dell’inflazione. La maggior parte dei partecipanti ha sostenuto la rimozione dell’orientamento accomodante dalla dichiarazione ufficiale. Sul piano macro, i partecipanti si attendono una crescita solida del PIL fino a fine anno, sostenuta dagli investimenti in intelligenza artificiale, dalla spesa dei consumatori e dalla politica fiscale, anche se lo staff della Fed ha leggermente ridotto le proprie stime di crescita rispetto ad aprile. Sul mercato obbligazionario, l’asta di 39 miliardi di dollari di Treasury decennali di mercoledì ha registrato risultati migliori del previsto: il rendimento si è fermato 0,6 punti base sotto le attese, la quota acquistata dai dealer è stata la più bassa da gennaio e la domanda estera è risultata la più forte dell’ultimo anno, segnali di un appetito robusto per il debito americano nonostante le tensioni geopolitiche.