Il punto sul mercato di Integrae SIM

“Tanto presto quel che risplende è pronto a sparire.” (Shakespeare)
Le Borse europee hanno chiuso in rosso venerdì scorso, alla vigilia di un weekend che non ha portato sviluppi risolutivi sul fronte geopolitico. Lo Stoxx 600 ha perso l’1%, il DAX l’1,4%, il CAC lo 0,9%, il FTSE MIB lo 0,74%, mentre il FTSE 100 ha limitato le perdite allo 0,1% in una seduta molto volatile. I mercati non hanno saputo aggrapparsi alle dichiarazioni di Trump, che poco dopo la chiusura europea aveva annunciato una pausa di dieci giorni, fino al 6 aprile, nei piani di distruzione degli impianti energetici iraniani, affermando che la mossa era avvenuta su richiesta di Teheran e che i negoziati starebbero procedendo bene. Lo scetticismo sulla possibilità di un accordo a breve ha prevalso, amplificato dalle notizie sul possibile invio di ulteriori 10.000 Marines nella regione, dalla chiusura persistente dello Stretto di Hormuz e dalla crescente attenzione agli effetti di seconda tornata dello shock energetico. I dati macroeconomici europei hanno offerto un quadro sempre più preoccupante: l’OCSE ha tagliato le stime di crescita dell’Eurozona per il 2026 di 0,4 punti all’0,8% e alzato le previsioni di inflazione di 0,7 punti al 2,6%. La presidente della Bce Lagarde ha avvertito che i rischi vengono sottostimati e che l’impatto del conflitto è probabilmente più profondo di quanto attualmente visibile. Germania e Italia starebbero valutando tagli alle proprie stime di crescita ufficiali, mentre i principali indicatori anticipatori, dal PMI dell’Eurozona all’IFO tedesco fino alla fiducia dei consumatori in Francia e Italia, hanno segnalato un deterioramento diffuso. Sul fronte settoriale, chimica, acciaio e industria pesante soffrono per i costi energetici, le compagnie aeree accusano il rialzo del carburante e i retailer avvertono di una domanda in indebolimento con pressioni crescenti a trasferire i costi sul consumatore.
Quinta settimana negativa: Wall Street non trova il fondo
Venerdì scorso Wall Street ha chiuso la quinta settimana consecutiva in rosso, con i principali indici che hanno terminato vicino ai minimi di seduta. Il Dow Jones ha perso l’1,72%, l’S&P 500 l’1,67%, il Nasdaq il 2,15% e il Russell 2000 l’1,75%. Il Nasdaq ha archiviato la decima settimana negativa delle ultime undici. La big tech ha chiuso interamente in rosso, con Meta e Amazon come i ritardi più marcati. A reggere, solo i titoli energetici favoriti dalla forza del petrolio e i difensivi come beni di prima necessità e utility. La liquidità sottile, i controlli di rischio stringenti e il calo dell’interesse degli investitori retail ad acquistare sui ribassi hanno caratterizzato le ultime sedute. In una prospettiva ottimistica, la domanda legata alle chiusure di mese e di trimestre e la stagionalità positiva di aprile sono stati citati come potenziali fattori di supporto per la settimana che si apre oggi.
Il vero problema è il mercato obbligazionario
Al di là della geopolitica, il tema che ha dominato la settimana appena archiviata è stata la volatilità dei mercati obbligazionari. Il rialzo dei rendimenti, alimentato dai guadagni del petrolio giovedì, si è combinato con una serie di aste del Tesoro americano particolarmente deboli, sollevando dubbi sulla domanda di debito in un contesto di inflazione più elevata. L’indice MOVE, che misura la volatilità implicita sui Treasury, ha raggiunto i livelli più alti dall’aprile 2025. Sul fronte della Fed, le dichiarazioni di Perli e Miran sul bilancio dell’istituto, con il primo che ha confermato la riduzione degli acquisti mensili e il secondo che ha indicato la possibilità di ridurre il bilancio di 2 miliardi di dollari, non hanno contribuito a rasserenare il sentiment. In Europa, alcuni economisti hanno segnalato che i mercati potrebbero star sovrastimando l’entità del ciclo di rialzi della Bce, tenuto conto della distruzione della domanda già in atto. Il rischio, sempre più discusso, è quello di una stagflazione in cui le banche centrali si trovino a dover scegliere tra combattere l’inflazione e sostenere una crescita in rapido deterioramento, con poco margine per fare entrambe le cose.