Il punto sul mercato di Integrae SIM

“Non è la crisi in sé che ci distrugge, ma il non saper trovare una risposta.” (John Maynard Keynes)
Le Borse europee hanno chiuso in netto ribasso venerdì, invertendo i timidi guadagni della mattina in una seduta caratterizzata da movimenti erratici. Lo Stoxx 600 ha perso l’1,8%, il DAX il 2%, il FTSE MIB l’1,97%, il CAC l’1,8% e il FTSE 100 l’1,4%. I mercati hanno reagito negativamente alle indiscrezioni su un possibile piano della Casa Bianca per occupare l’isola di Kharg, principale terminal di esportazione petrolifera iraniano, e sull’invio di migliaia di Marines aggiuntivi nella regione, alimentando i timori di una guerra di terra. Il segnale di tregua intravisto giovedì pomeriggio si è rapidamente dissolto. Sul fronte energetico, il petrolio ha ripreso a salire dopo che l’Iraq ha dichiarato la forza maggiore sui campi petroliferi stranieri. Restano in primo piano le conseguenze dell’attacco iraniano all’impianto GNL del Qatar: il CEO di QatarEnergy ha dichiarato a Reuters che il 17% della capacità produttiva è stato distrutto e che potrebbero volerci da tre a cinque anni per ripristinare i livelli attuali di esportazione, un danno strutturale che cambia il quadro energetico europeo per anni. I leader dell’Unione Europea hanno chiesto alla Commissione misure urgenti e temporanee per affrontare il rialzo dei prezzi, ma tutte le opzioni presentano controindicazioni. I tagli fiscali si scontrano con situazioni di bilancio divergenti tra i membri, alcuni già alle prese con deficit elevati. La revisione del sistema di scambio di emissioni (ETS), già anticipata dalla stampa, alleggerirebbe il carico sull’industria ma priverebbe il bilancio europeo di una fonte di entrate significativa. Secondo Politico, i leader hanno trascorso la maggior parte del vertice a discutere di politica climatica piuttosto che dei problemi immediati, lasciando intravedere che la risposta concreta potrebbe ricadere sui singoli stati membri.
Quarta settimana negativa: i rendimenti pesano più del petrolio
Anche Wall Street ha chiuso in ribasso venerdì, terminando leggermente sopra i minimi di seduta, ma non abbastanza da evitare il quarto calo settimanale consecutivo. Il Dow Jones ha perso lo 0,96%, l’S&P 500 l’1,51%, il Nasdaq il 2,01% e il Russell 2000 il 2,26%. Tutti i principali indici hanno ceduto circa il 2% nell’arco della settimana. Il tentativo di rimbalzo della prima parte della settimana non ha retto, con il mercato tornato a fare i conti con uno scenario di conflitto prolungato. L’elemento che pesa di più sul sentiment non sembra essere tanto il petrolio in sé, quanto il rialzo a doppia cifra dei rendimenti obbligazionari, alimentato dai timori di una risposta restrittiva delle banche centrali di fronte all’inflazione energetica. A questo si aggiunge la crescente preoccupazione per la distruzione della domanda in un contesto di prezzi energetici persistentemente elevati. I dati di posizionamento e sentiment segnalano una riduzione del rischio, ma senza una vera capitolazione, alimentando il dibattito tra chi vede una resilienza strutturale del mercato e chi intravede una profonda correzione.
Europa di fronte a uno shock di lungo periodo
Lo shock energetico europeo non è più solo congiunturale. La distruzione del 17% della capacità GNL del Qatar, con tempi di ripristino stimati tra tre e cinque anni, trasforma quello che sembrava un episodio temporaneo in una sfida strutturale. Le banche centrali europee si trovano davanti a un trade-off difficile: da un lato le pressioni sui prezzi legate all’offerta, dall’altro l’inevitabile indebolimento della domanda. Le fonti della Bce indicano che un rialzo potrebbe essere discusso già alla riunione di fine aprile, con giugno come timing più probabile. La Bank of England ha segnalato disponibilità ad agire, pur con il governatore Bailey che ha invitato i mercati alla cautela sulle aspettative di rialzo. La risposta fiscale europea resta frammentata e lenta, con il rischio che l’onere ricada sui singoli stati in ordine sparso. Nel frattempo, lo Stretto di Hormuz resta chiuso, il conflitto mostra una traiettoria sempre più lunga, e i mercati iniziano a prezzare non più un’emergenza temporanea, ma una nuova normalità energetica.