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Insights 14 Mar 2026

Il punto sul mercato di Integrae SIM

“Chi vuole la pace deve prepararsi alla guerra.” (Vegezio)

Le Borse europee hanno chiuso in ribasso venerdì, con i mercati che hanno virato in territorio negativo a metà seduta dopo le notizie sul dispiegamento americano in Medio Oriente. Lo Stoxx 600 ha perso lo 0,5%, il DAX lo 0,6%, il CAC lo 0,9%, il FTSE 100 lo 0,4% e il FTSE MIB lo 0,3%. Il catalizzatore del peggioramento è stata la notizia riportata dai media di un’unità da sbarco dei Marines, fino a 2.500 uomini, in movimento verso il Medio Oriente, segnale che alimenta i timori di un’escalation con truppe di terra e che complica ulteriormente le ipotesi di una rapida via d’uscita dal conflitto. Trump nella notte aveva enfatizzato la potenza di fuoco americana con un sibillino “guardate cosa succede oggi”, mentre Axios riferiva che mercoledì aveva detto ai leader del G7 che l’Iran era sul punto di arrendersi. La realtà sul campo racconta però una storia diversa: la retorica del nuovo leader supremo iraniano è rimasta intransigente, circolano nuove segnalazioni di posa di mine nello Stretto di Hormuz e la riapertura dello Stretto appare sempre più come una questione che richiede una soluzione diplomatica, con le scorte militari ai convogli mercantili ancora probabilmente a settimane di distanza. Il petrolio ha recuperato i cali iniziali dopo le ultime notizie, anche in seguito alla smentita dell’Italia di essere in trattative con Teheran per garantire il passaggio nello Stretto. Il quadro per l’Europa si deteriora sul piano strutturale: dall’inizio del conflitto i prezzi del gas europeo sono saliti di circa il 70% e quelli dei fertilizzanti di circa il 53%, facendo riemergere timori di stagflazione che non si vedevano dal 2022, come evidenziato da BNP Paribas.

Wall Street ai minimi da novembre: l’Iran non lascia scampo

Wall Street ha chiuso in ribasso venerdì, con i principali indici che hanno terminato vicino ai minimi di giornata dopo aver invertito i guadagni iniziali. L’S&P 500 ha segnato il livello più basso da novembre. Il ribasso è stato alimentato dall’assenza di segnali di risoluzione del conflitto iraniano, aggravata dalle notizie sul dispiegamento dei Marines, dalla retorica bellicosa tanto di Teheran quanto della Casa Bianca, e dalle analisi che sottolineano le difficoltà di riaprire lo Stretto di Hormuz senza un accordo diplomatico. Lo Stretto resta il nodo centrale: gli ultimi blocchi alla produzione regionale di petrolio si sommano a scorte militari ancora lontane e a una situazione sul campo che non mostra segnali di distensione. Sul fronte macro, il dato sull’inflazione PCE core ha rafforzato la narrativa di un’inflazione più calda e di rischi stagflazionistici, mentre i dati economici più recenti hanno aggiunto incertezza alla tenuta del ciclo americano, in un contesto in cui il petrolio vicino ai 100 dollari non aiuta. Il mercato prezza ora appena circa 20 punti base di tagli della Fed entro fine anno, un percorso sempre più restrittivo che resta uno dei principali ostacoli per le valutazioni azionarie. Cautela anche sul fronte tecnologico, con aggiornamenti poco incoraggianti su Meta e Adobe che hanno pesato sul sentiment nel comparto AI e software.

L’Europa guarda oltre la crisi: obiettivi e rischi per i prossimi mesi

In un contesto dominato dalla volatilità, alcuni analisti hanno provato a tracciare scenari di medio termine per i mercati europei. Oddo ha delineato una gamma di possibili esiti per il petrolio: una normalizzazione verso 70-75 dollari al barile una volta riprese le operazioni, una salita oltre 110 dollari in caso di attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, e livelli potenzialmente senza precedenti in uno scenario di guerra regionale su larga scala. Un Brent stabilmente sopra i 100 dollari potrebbe portare i mercati a scontare un rallentamento della crescita, con un calo azionario del 7-10% dai massimi dell’anno. UniCredit ha mantenuto una visione costruttiva ma cauta sulle azioni europee nel medio termine, con un obiettivo per l’Euro Stoxx 50 a circa 6.200 punti quest’anno rispetto agli attuali circa 5.680. La banca stima una crescita degli utili di circa l’8%, al di sotto del 12% del consensus, che considera ottimistico e vulnerabile ai rischi legati alle esportazioni. I driver di supporto individuati sono le misure fiscali della Germania, la crescita della spesa per la difesa e la domanda infrastrutturale legata all’intelligenza artificiale, con ricadute positive su materiali, macchinari e tecnologia. Le valutazioni europee restano attraenti rispetto agli Stati Uniti, ma tensioni geopolitiche persistenti, esposizione ai prezzi dell’energia e un calendario politico denso nel 2026 sono destinati a generare ulteriore volatilità.