Il punto sul mercato di Integrae SIM

“Quando i cannoni parlano, le muse tacciono.“ (Cicerone)
Le Borse europee hanno chiuso in calo giovedì, vicino ai minimi di seduta. Lo Stoxx 600 ha perso lo 0,6%, il FTSE 100 lo 0,5%, il CAC lo 0,7%, il FTSE MIB lo 0,71%, mentre il DAX ha limitato il ribasso allo 0,2%. Il conflitto con l’Iran continua a dominare la scena, con un crescente scetticismo sulla possibilità di una risoluzione a breve termine: gli attacchi americani e israeliani proseguono, l’Iran colpisce obiettivi regionali e nessun flusso di petrolio transita per lo Stretto di Hormuz. L’Iran ha dichiarato le navi cargo britanniche “obiettivi legittimi” nel Golfo, dopo gli attacchi a imbarcazioni nello Stretto. Sul fronte macro europeo, il commissario Dombrovskis ha avvertito che l’inflazione potrebbe superare il 3% se il Brent si stabilizzasse intorno ai 100 dollari al barile e i prezzi del gas restassero elevati. Due istituti tedeschi di ricerca economica, l’Ifo e il Kiel Institute, hanno rivisto al ribasso le stime di crescita della Germania in rapporti separati. Sul versante della politica monetaria, i mercati monetari prezzano ora un rialzo della Bce entro luglio e una seconda mossa entro fine anno, sebbene gli economisti restino cauti sull’ipotesi di un aumento imminente dei tassi. Le aspettative sui tagli della Fed continuano nel frattempo a ridursi, con i futures che prezzano appena 17 punti base di allentamento entro fine anno, in calo dai 53 punti base di inizio mese.
Wall Street cede ancora: rendimenti e Iran affossano il sentiment
Wall Street ha chiuso in ribasso giovedì, con i principali indici che hanno terminato vicino ai minimi di seduta. L’S&P 500 e il Nasdaq si avviano verso una chiusura settimanale in territorio negativo. I principali ostacoli della seduta sono stati il rialzo dei rendimenti obbligazionari e le notizie senza segnali di svolta sul fronte iraniano. Il nuovo leader iraniano Mojtaba Khamenei ha dichiarato che la chiusura dello Stretto deve continuare, mentre Trump ha affermato che la distruzione del regime iraniano è una priorità più grande rispetto ai prezzi dell’energia. Il segretario all’Energia americano ha aggiunto che potrebbero volerci ancora alcune settimane prima che le scorte militari possano scortare il traffico di petroliere. Nonostante le misure adottate per contenere i prezzi del petrolio, tra cui la deroga al Jones Act e il rilascio coordinato delle riserve strategiche, le aspettative sui tagli della Fed continuano a contrarsi. Tornano in discussione anche i dazi: l’amministrazione ha avviato multiple indagini ai sensi della Sezione 301, a poche settimane dalla visita di Trump a Pechino prevista per il 31 marzo. Sul fronte macro, le richieste iniziali di sussidi di disoccupazione si sono attestate a 213.000, leggermente sotto il consensus, mentre le richieste continuative di 1.850.000 sono risultate leggermente sopra le attese. Le abitazioni avviate a gennaio sono salite del 7,2% su base mensile a un ritmo di 1.487.000 unità, sorpresa positiva rispetto alle attese di calo a 1.325.000, mentre i permessi di costruzione hanno segnato un calo del 5,4%, più marcato del previsto. La bilancia commerciale di gennaio infine si è attestata a -54,5 miliardi di dollari, migliore delle attese e in netto miglioramento rispetto al -70,3 miliardi di dicembre, che era stato il deficit più elevato degli ultimi undici mesi.
Il credito privato trema: i riscatti bloccati diventano un tema sistemico
Quello che sembrava un episodio isolato sta assumendo i contorni di un tema strutturale. In pochi giorni, JPMorgan, Cliffwater e ora Morgan Stanley hanno limitato i riscatti sui propri fondi di credito privato, mentre JPMorgan ha anche svalutato prestiti a società software e annunciato una riduzione dell’esposizione al settore. Il credito privato ha conosciuto una crescita straordinaria negli ultimi anni, alimentata dalla ricerca di rendimento in un contesto di tassi bassi e dall’allontanamento delle banche dalla concessione di prestiti diretti. Ma proprio la sua natura illiquida, combinata con la pressione sui tassi e il deterioramento del ciclo del credito, lo rende vulnerabile in fasi di stress. Le restrizioni ai riscatti non sono di per sé un segnale di insolvenza, ma segnalano difficoltà nella gestione della liquidità e possono alimentare effetti a cascata se altri investitori decidono di uscire in modo anticipato. Sullo sfondo, la stretta creditizia si inserisce in un contesto già complicato dalla pressione energetica, dal rialzo dei rendimenti e dall’incertezza geopolitica. Il rischio è che il canale del credito privato, cresciuto come alternativa al sistema bancario tradizionale, diventi un ulteriore vettore di instabilità in una fase in cui i mercati hanno già poco margine di errore. I prossimi segnali da osservare saranno la diffusione delle restrizioni ad altri operatori e l’eventuale contagio al mercato del credito societario più liquido.