Il punto sul mercato di Integrae SIM

“Il prezzo del petrolio è la temperatura del mondo” (Thomas Friedman)
Le Borse europee hanno archiviato una delle peggiori settimane degli ultimi dodici mesi. Lo Stoxx 600 ha ceduto il 5,6% nell’arco della settimana, mentre il FTSE 100 ha perso il 5,7%. A pesare è un cocktail di timori che si sono intensificati nell’arco di pochi giorni: il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha sconvolto i flussi energetici globali, con lo Stretto di Hormuz ancora sotto pressione e la rotta di esportazione del GNL dal Qatar di fatto interrotta. Venerdì il Qatar ha avvertito che tutti i produttori del Golfo potrebbero essere costretti a sospendere la produzione entro pochi giorni, uno scenario che gli analisti indicano come potenzialmente sufficiente a spingere il prezzo del petrolio fino a 150 dollari al barile. Nel frattempo, il Kuwait ha già avviato tagli alla produzione. Il Brent ha chiuso intorno agli 87 dollari al barile, dopo aver toccato un minimo vicino agli 83 dollari in scia alle indiscrezioni su possibili misure di contenimento da parte degli Stati Uniti, tra cui un fondo di riassicurazione da 20 miliardi di dollari per riavviare le spedizioni marittime. Per l’Europa, la posta in gioco è particolarmente alta: i livelli di stoccaggio del gas sono bassi e il GNL copre circa il 40% dell’offerta prevista per il 2026. Le major petrolifere europee sono tra i pochi beneficiari diretti: secondo JPMorgan, ogni rialzo di 10 dollari al barile del Brent si traduce in circa 200 punti base aggiuntivi di rendimento da flusso di cassa. I titoli meglio posizionati, secondo gli analisti, sono TotalEnergies, Shell ed Eni, con buona leva sull’energia e un’esposizione gestibile allo Stretto di Hormuz. Galp e Repsol mostrano rischio diretto minimo nella regione. Sul fronte delle utility, Deutsche Bank sottolinea che nessun operatore europeo ha esposizione diretta al GNL qatariota, ma un prolungato rialzo del gas potrebbe colpire la sostenibilità dei costi per le famiglie, tema destinato ad affiorare al vertice dei leader europei di fine marzo. I nomi regolamentati come Snam, Terna, United Utilities e Pennon potrebbero reggere meglio in un contesto di disruption prolungata. Al contrario, compagnie aeree, chimica, logistica e industria ad alta intensità energetica subiscono le pressioni più immediate sui margini, come evidenziato da UniCredit. BNP Paribas ha declassato i beni di consumo discrezionali a neutrale e promosso l’energia a neutrale, identificando nelle banche, nei beni industriali e nelle costruzioni i principali beneficiari in caso di de-escalation.
Wall Street brucia, i Magnifici Sette cedono terreno
Wall Street ha chiuso in rosso venerdì, con i principali indici non lontani dai minimi di giornata e performance settimanali pesanti sull’intera linea. L’S&P 500 a pari peso ha sottoperformato la versione a capitalizzazione, segnale di una pressione diffusa piuttosto che concentrata sui grandi nomi. I Magnifici Sette hanno chiuso in territorio negativo, con Meta, Nvidia e Amazon tra i peggiori. Male anche i semiconduttori e il comparto memoria. I titoli ad alto beta, i più venduti allo scoperto e le small cap hanno segnato le perdite più marcate. Sul fronte macro, il dato che ha colpito di più è stato il crollo di 92.000 unità dei posti di lavoro non agricoli a febbraio, un’inversione brusca rispetto alla stabilizzazione del mercato del lavoro emersa nelle settimane precedenti e rispetto al tono positivo dei dati ISM pubblicati nella stessa settimana. I timori di stagflazione tornano così in primo piano: un’economia che rallenta mentre l’energia spinge al rialzo i prezzi. Nelle ultime ore è riemersa la questione del credito privato, con BlackRock che avrebbe limitato i riscatti su uno dei propri fondi, un segnale che tiene alta l’attenzione sulle tensioni nei mercati non quotati. Sul fronte geopolitico, un post di Donald Trump che chiedeva la resa incondizionata dell’Iran ha contribuito a far sbiadire le speranze di una rapida via d’uscita dal conflitto.
I tassi europei si riscrivono: Bce e Bank of England tornano sotto pressione
I mercati dei tassi europei hanno chiuso la settimana con un significativo riaggiustamento. I futures sui tassi dell’Eurozona prezzano ora almeno un rialzo della Bce di 25 punti base entro fine anno, mentre solo pochi giorni fa, prima dello scoppio del conflitto con l’Iran, la probabilità di un taglio era già ridotta. Per la Bank of England, i futures segnalano meno del 50% di probabilità di un taglio, rispetto alle due riduzioni attese fino a poco fa. A complicare il quadro, i verbali della riunione di febbraio della Bce hanno mostrato un Consiglio già cauto sull’inflazione a causa della pressione energetica, e questo prima che il Brent guadagnasse circa il 20% nel corso di questa settimana. Le proiezioni dello staff della Bce incorporano un prezzo del Brent inferiore di circa il 39% rispetto ai livelli attuali, un divario che richiederà inevitabilmente aggiornamenti. Con l’inflazione dell’Eurozona ancora al di sotto del 2%, gli analisti sell-side ritengono che il Consiglio non senta ancora urgenza di intervenire. Nel Regno Unito, le stime indicano un’inflazione headline più vicina al 3% che al 2% entro fine anno, un elemento che indebolisce ulteriormente l’argomento per un taglio. Entrambe le banche centrali, però, portano con sé la memoria dello shock inflazionistico del 2022: un fattore che potrebbe tradursi in una risposta più rapida del previsto qualora la pressione sui prezzi dell’energia si consolidasse.