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Insights 26 Mar 2025

Il punto sul mercato di Integrae SIM

“Le guerre commerciali non si vincono, si pagano.” (Mohamed El-Erian)

Crolla la fiducia, la Borsa sale. Le Borse europee continuano a muoversi in territorio positivo, spinte dall’attesa per un possibile ammorbidimento dell’approccio tariffario statunitense e dal rinnovato ottimismo macro. Lo STOXX 600 ha guadagnato lo 0,7%, con progressi più marcati per il DAX e il CAC 40 (+1,1%). A guidare il rally, però, è stata Piazza Affari, con il FTSE Mib in rialzo dell’1,06% e proiettato sopra la soglia dei 39.000 punti, avvicinandosi ai massimi di inizio anni Duemila anche sull’attesa del fondo Nazionale Strategico Indiretto, in rampa di lancio. Il supporto è arrivato anche dal contesto politico tedesco, dove il Parlamento ha compiuto un passo avanti verso la riforma del freno al debito, e dalla conferma di Donald Trump che l’annuncio sui dazi del 2 aprile includerà “esenzioni” per molti Paesi. In arrivo anche tariffe prodotto-specifiche su auto, chip e farmaceutici, mentre si amplia il ventaglio delle misure secondarie, con nuove sanzioni verso Paesi che acquistano petrolio dal Venezuela. L’attenzione rimane alta sulle ricadute macro e sulle stime sugli utili, con diversi analisti che vedono nelle tensioni commerciali un fattore strutturale di revisione al ribasso per i profitti attesi nel 2025.

Wall Street rallenta, ma estende il recupero

Anche i mercati statunitensi hanno archiviato la seduta in territorio positivo, sebbene con progressi più modesti rispetto alla vigilia. Il Dow Jones ha chiuso in parità (+0,01%), l’S&P 500 è salito dello 0,16%, mentre il Nasdaq ha guadagnato lo 0,46%, firmando la terza seduta consecutiva in progresso. Ancora una volta è stato il comparto tecnologico a trainare il listino, con un ritorno di interesse sulle Big Tech, fatta eccezione per Nvidia, che ha sottoperformato. L’attenzione rimane concentrata sulla scadenza del 2 aprile, ma cresce lo scetticismo sulla sua capacità di rappresentare un reale punto di svolta, soprattutto alla luce della volatilità con cui la Casa Bianca ha gestito la strategia commerciale. Sul fronte macro, i dati odierni sono risultati più deboli delle attese, ma non sono bastati a invertire la narrativa positiva costruita negli ultimi giorni attorno a PMI in miglioramento, riposizionamenti tecnici e un dollaro in flessione. A contrastare il quadro costruttivo, restano valutazioni elevate, una Fed potenzialmente più aggressiva, segnali di raffreddamento nei consumi e revisioni degli utili in calo.

Fiducia in calo, ma l’economia tiene: la vera sfida è il sentiment

Il dato più allarmante della giornata è arrivato dal Conference Board, che ha segnalato un crollo della fiducia dei consumatori ai livelli più bassi dal 2021, con l’indice sceso a 92,9 e una caduta a doppia cifra nelle aspettative per i prossimi sei mesi. Il deterioramento del sentiment riflette l’effetto psicologico delle guerre commerciali, l’aumento dei prezzi e le incertezze sul futuro, nonostante l’economia reale mostri ancora tenuta: l’occupazione resta solida e la manifattura ha segnato un rimbalzo a febbraio. Tuttavia, economisti e strategist iniziano a interrogarsi su quanto a lungo potrà resistere questa divergenza tra dati duri e percezione pubblica. Il rischio è che la debolezza nel sentiment si trasformi in una contrazione dei consumi già nei prossimi mesi. Intanto, il dollaro si avvia verso il peggior mese da oltre un anno, mentre gli asset difensivi tornano sotto i riflettori, in uno scenario che inizia a scontare stagflazione e instabilità.