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Insights 24 Set 2026

Il punto sul mercato di Integrae SIM

“La disciplina di un investitore è la pazienza di attendere che il prezzo incontri il valore.” (John Bogle)

La corsa dei rendimenti ha spinto giovedì le borse europee in ribasso per la seconda seduta consecutiva, lasciando lo Stoxx 600 in guadagno di poco più dello 0,5% sulla settimana: l’indice ha perso lo 0,5%, il DAX e il CAC lo 0,6%, il FTSE MIB ha fatto peggio degli altri, mentre il FTSE 100 ha ceduto lo 0,2%. Il fattore decisivo è stato l’aumento dei tassi, evidenziato da un’asta americana a cinque anni andata molto male. Gli indici PMI più forti del previsto e i nuovi commenti dei membri della Fed hanno rafforzato l’ipotesi di una banca centrale più dura, con le attese di un rialzo in ottobre che si sono consolidate. Anche il petrolio ha invertito la rotta interrompendo cinque sedute di calo. Sul transito attraverso lo Stretto di Hormuz sono arrivati segnali di miglioramento, ma di svolta diplomatica tra Stati Uniti e Iran non c’è ancora traccia: il presidente iraniano Pezeshkian ha respinto all’Onu le ultime minacce di Trump, il capo della sicurezza Rezaei ha detto che lo Stretto non sarà riaperto finché non saranno soddisfatte le condizioni di Teheran e Safavi, consigliere della guida suprema, ha avvertito che il conflitto con Washington può allargarsi. Sul fronte macroeconomico europeo, l’attenzione si è concentrata sulle decisioni di politica monetaria di Riksbank, Norges Bank e della Banca nazionale svizzera.

L’Iran corregge Wall Street

Wall Street ha ribaltato in parte il messaggio europeo, chiudendo mista dopo aver recuperato i cali della mattina: il Dow Jones ha perso lo 0,31%, l’S&P 500 lo 0,02%, il Nasdaq ha guadagnato lo 0,01%, il Russell 2000 ha ceduto lo 0,11%, con S&P e Nasdaq ancora positivi sulla settimana. Il rimbalzo dai minimi è arrivato da un’indiscrezione di Reuters: Stati Uniti e Iran starebbero esplorando un accordo per fasi, il primo passo sarebbe la riapertura dello Stretto di Hormuz in cambio della rimozione del blocco economico americano e dello sblocco degli asset congelati, con l’ordine delle mosse ancora da definire. Petrolio e rendimenti a breve si sono allontanati dai massimi, pur restando elevati. La parte lunga della curva è rimasta invece sotto pressione: il Tesoro ha riacquistato solo 4,08 miliardi di dollari di titoli a 20-30 anni, contro un massimo di 6 miliardi, alimentando i dubbi sulla crescita e sull’inflazione. La parte breve sembra aver trovato un pavimento, dato che il mercato assegna il 70% di probabilità a un rialzo a ottobre e sconta circa 37 punti base entro la fine dell’anno. Il clima sull’intelligenza artificiale si è fatto più cauto, con l’attenzione spostata sui colli di bottiglia regolatori e sui rischi di finanziamento, dopo che Oracle ha dichiarato il progetto di data center in New Mexico causa di forza maggiore, in ritardo. Dal vertice Trump-Xi sono emersi pochi risultati concreti; Meta ha continuato a crescere grazie a Connect e a Muse, mentre Amazon ha tagliato i prezzi dei suoi prodotti AI. Sullo sfondo, il posizionamento dei fondi sistematici indica rischi al ribasso e si avvicina il blocco dei riacquisti di azioni proprie.

Rendimenti, chi passa la selezione

I rendimenti europei e americani sono ai massimi da quando è scoppiata la crisi finanziaria del 2008 e la questione non è più se le borse reggano, ma quali titoli reggano. UBS ha notato che i tassi più elevati stanno riducendo la leadership e il numero di società che contribuiscono al rialzo, senza però far affondare l’indice. La lettura della banca è che il movimento sia sostenibile perché nasce da un ciclo di investimenti in difesa, intelligenza artificiale, infrastrutture ed energia elettrica, non solo da uno spavento per l’inflazione. Negli ultimi tre mesi hanno guidato energia, banche, chimica e materie prime, mentre sono rimaste indietro utility, telecomunicazioni, alimentari e prodotti per la casa. La selezione è netta e la regola è semplice: quando il tasso di sconto dei profitti futuri aumenta, passano le società che guadagnano subito e costano poco, non quelle che promettono utili lontani. Lo stesso meccanismo alza l’asticella per un rally di fine anno dello Stoxx 600, che quest’anno guadagna circa l’8%. Gli analisti rivedono al rialzo i profitti europei a partire da maggio, a differenza di quelli americani, e stimano una crescita degli utili nel 2026 vicina al 15%, ma buona parte di quel miglioramento è già riflessa nei prezzi. I rischi indicati sono il petrolio e altre strette della BCE; HSBC ha citato come fattori di sostegno la maggiore quota di ricavi interni e un euro più debole, mentre State Street continua a vedere l’Europa dietro i mercati globali. Intanto, alcuni operatori considerano il decennale americano superiore al 5% una soglia sufficiente per iniziare a ridurre l’esposizione. È qui che le due letture si incontrano: se i tassi alti sono il prodotto di un ciclo di investimenti reale, il mercato si restringe, ma non diventa più fragile.