Il punto sul mercato di Integrae SIM

“La stabilità è il nemico del cambiamento.” (Margaret Thatcher)
Le Borse europee hanno chiuso in leggero ribasso mercoledì, incapaci di beneficiare della stabilizzazione del petrolio e dei rendimenti obbligazionari, mentre la narrativa di resilienza macro che aveva sorretto i mercati regionali nelle ultime settimane cede il passo all’escalation geopolitica tra USA e Iran. Lo Stoxx 600 ha perso lo 0,2%, il DAX lo 0,5%, il CAC lo 0,2%, il FTSE 100 lo 0,3%, il FTSE MIB lo 0,24%. Le preoccupazioni rimangono profonde: deficit fiscali e debito sovrappesano il mercato, con l’ondata di emissioni di bond azionari legata all’AI che sta creando effetti negativi sui Treasury europei. I prezzi dell’energia hanno toccato i massimi da fine luglio dopo che gli USA hanno colpito obiettivi iraniani per la seconda volta in questa settimana, ma l’Iran ha reagito. A offrire uno spiraglio è il dato secondo cui un numero record di 17 milioni di barili di petrolio ha transitato dallo Stretto di Hormuz lunedì, il massimo dall’inizio della guerra con l’Iran, un segnale che, per ora, il flusso energetico resta aperto nonostante le tensioni. Tuttavia, i mercati rimangono ossessionati dal repricing hawkish dei tassi delle banche centrali: l’Eurozona ha l’inflazione ancora sopra il 3%, la crescita sta battendo le aspettative e il Bessent skepticism sui buyback aziendali continua a pesare. Rischi inflazionistici e volatilità geopolitica restano i due fantasmi che rendono ogni rimbalzo effimero.
Wall Street rimbalza su bassissimi volumi
Wall Street ha chiuso in leggero rialzo mercoledì, con il Dow che ha guadagnato lo 0,41%, l’S&P 500 lo 0,46%, il Nasdaq lo 0,38%, il Russell 2000 l’1,22%, in una seduta straordinariamente tranquilla e a basso volume. Il rimbalzo arriva dopo tre giorni consecutivi di perdite alimentate da tassi più alti, prezzi dell’energia in ascesa, preoccupazioni sulla reazione hawkish delle banche centrali, tensioni geopolitiche elevate, momentum positivo da sorprese macro smorzato e headwind stagionali. La stabilizzazione dei tassi e del petrolio ha fornito un supporto, sufficiente a invertire la direzione ma non abbastanza per attrarre liquidità di rilievo. Gli utili rimangono nel complesso positivi, con particolare attenzione alla domanda di capex e potenza di calcolo per l’AI, anche se l’impatto sui prezzi è rimasto misto. I dati macro hanno continuato a deludere: i salari privati ADP sono stati più deboli del previsto, anche se il vero catalizzatore per la Fed sarà il CPI della prossima settimana, non il NFP di venerdì. I commenti di Williams della Fed si allineano con il campo centrista, che preferisce mantenere tassi di interesse stabili almeno nel breve termine. A complicare il quadro globale è la speculazione su un possibile intervento dello yen: il responsabile della BoJ ha lasciato intendere la possibilità di una normalizzazione più aggressiva, un scenario che potrebbe aumentare la volatilità nei prossimi giorni.
ECB verso il rialzo di settembre: il dilemma dei hawks
Il Governing Council della BCE appare uniforme sulla decisione di settembre: i mercati scontano una probabilità del 95% di un rialzo di 25 punti base al 2,5% il 10 settembre. Tanto Makhlouf dell’Irlanda quanto Nagel della Bundesbank, storicamente falchi, hanno dato credito a questa “chiamata”. Tuttavia, il vero interrogativo resta il percorso successivo. Makhlouf è il più esplicitamente hawkish: esprime l’inquietudine che l’inflazione dell’Eurozona rimanga ancora sopra il 3%, mentre la crescita è superiore alle previsioni dello staff BCE di giugno. Vede il 2,5% come “non restrittivo” e pone il territorio restrittivo oltre il 2,75%, affermando che il Consiglio dovrebbe dirigersi lì se i rischi inflazionistici si spostassero verso l’alto in modo significativo. Nagel della Bundesbank ha a sua volta sottolineato che l’inflazione rimane al di sopra del target e ha avvertito che un’inflazione prolungata al 3% aumenta il rischio di effetti di secondo grado, mentre il salto nei rendimenti globali complica ulteriormente la gestione della politica monetaria. Eppure Nagel ha rifiutato di mappare novembre o dicembre, citando la volatilità del petrolio e del gas come motivo di discomfort per la policy. L’intuizione di mercato è che il 2,5% diventi il nuovo floor della politica, mentre la soglia per raggiungere il 2,75% scende se il gas TTF e i salari restano elevati. Se l’inflazione salariale accelera o il petrolio rimane elevato, la finestra per un percorso più restrittivo potrebbe spalancarsi prima di quanto il consensus attenda al momento.