Il punto sul mercato di Integrae SIM

“Un problema senza soluzione è un problema mal posto.” (Henri Bergson)
Le borse europee hanno chiuso martedì in territorio misto, recuperando dai minimi di seduta, in una giornata in cui il sentiment ha continuato a deteriorarsi. Lo Stoxx 600 ha perso lo 0,4%, il DAX lo 0,3% e il CAC lo 0,5%, mentre il FTSE 100 ha guadagnato lo 0,1%, il FTSE MIB lo 0,77% e l’IBEX lo 0,5%. A pesare negativamente è stato il nuovo rialzo del petrolio, accompagnato da un aumento dei rendimenti obbligazionari. Sul fronte diplomatico, Trump ha espresso scetticismo sull’ultima proposta iraniana, che prevedeva la riapertura dello Stretto di Hormuz in cambio della fine del blocco navale americano, scollegando la questione dal dossier nucleare. I mercati hanno per lo più ignorato la mancanza di progressi, forti delle indiscrezioni su canali riservati ancora attivi, ma la strada verso un accordo resta nebulosa: funzionari dell’amministrazione americana ritengono che i negoziatori iraniani non siano autorizzati a fare concessioni sul nucleare, con i falchi delle Guardie Rivoluzionarie che hanno consolidato il potere. Gli analisti hanno cominciato a posticipare le previsioni sulla riapertura dello Stretto. Sullo sfondo, gli investitori erano concentrati sulle trimestrali dei Magnifici Sette attese tra oggi e domani, con qualche preoccupazione in più dopo le notizie secondo cui OpenAI avrebbe mancato i propri obiettivi interni di utenti settimanali e ricavi, riaccendendo i dubbi sulla sostenibilità della spesa in intelligenza artificiale.
Wall Street cede: l’AI vacilla, il petrolio torna a fare paura
Wall Street ha chiuso in ribasso martedì, recuperando parzialmente dai minimi di giornata. Il Dow Jones ha perso lo 0,05%, lo S&P 500 lo 0,49%, il Nasdaq lo 0,90% e il Russell 2000 l’1,15%. La big tech ha chiuso per lo più in rosso. I semiconduttori hanno ceduto terreno per la seconda seduta consecutiva, dopo aver interrotto lunedì una striscia positiva di diciotto giorni. Il mercato è passato alla difensiva su due fronti: da un lato le notizie su OpenAI, che ha mancato i target interni di utenti e ricavi, riaprendo il dibattito sulla sostenibilità degli investimenti nell’intelligenza artificiale; dall’altro il ritorno del WTI verso i 100 dollari al barile, con crescenti preoccupazioni sulle carenze fisiche di greggio, mentre il conflitto tra Stati Uniti e Iran resta in stallo. A complicare il quadro, i grandi fondi quantitativi hanno esaurito la spinta agli acquisti delle settimane precedenti, gli indicatori di sentiment hanno rimbalzato dai minimi e la pressione di vendite di fine mese ha aggiunto volatilità. Sul fronte delle banche centrali, la settimana è partita con una mossa della Banca del Giappone, che ha lasciato i tassi invariati con tono restrittivo. Le trimestrali continuano a offrire un quadro solido, con la crescita degli utili per azione dello S&P 500 oltre il 15%, un tasso di sorprese positive dell’82% e un margine medio di sorpresa del 12,5%, ma il mercato aspetta i risultati dei Magnifici Sette per aggiornare il giudizio sull’intero ciclo.
L’Europa sull’orlo della recessione se Hormuz non riapre presto
Il quadro macroeconomico europeo si fa via via più preoccupante. Goldman Sachs stima una crescita dell’Eurozona dello 0,6% nel 2026, su base quarto trimestre su quarto trimestre, ma in uno scenario avverso, in cui le esportazioni del Golfo tornassero alla normalità solo a fine luglio, la crescita dell’Eurozona e del Regno Unito si avvicinerebbe a zero. RBC BlueBay Asset Management è ancora più netta: una recessione europea potrebbe diventare inevitabile se lo Stretto di Hormuz non venisse risolto entro un mese. Con il Brent atteso a 90 dollari al barile nel quarto trimestre del 2026 e un miliardo di barili di petrolio già persi dall’inizio del conflitto, i mercati azionari europei non sembrano ancora incorporare il rischio di recessione nei prezzi. Il punto di partenza non aiuta: ING avverte che la crescita potenziale dell’Eurozona è destinata a scendere sotto l’1% nei prossimi anni, possibilmente fino allo 0,8% entro il 2028, a causa di un deficit di produttività cronico, aggravato da dinamiche demografiche sfavorevoli. Sul fronte dei prezzi, Goldman Sachs prevede un picco dell’inflazione headline dell’Eurozona al 3,2%, con pressioni su alimentari, alluminio e materie prime che potrebbero tenere l’inflazione elevata ben oltre il ciclo attuale, creando una trappola stagflazionistica da cui sarà difficile uscire senza costi significativi in termini di crescita.